mercoledì 10 giugno 2020

L'impulso in musica

In musica l'impulso consiste in una serie di battiti in ripetizione caratterizzati da periodici stimoli dalla breve durata percepiti come punti nel tempo.
"Questo impulso è in genere quello che gli ascoltatori trascinano muovendo il piede insieme a un brano musicale" (Handel, 1750), ed è anche colloquialmente chiamato il 'beat', o più tecnicamente la 'tactus'. Anche una persona che non conosce la musica può, infatti, comprenderne il battito e inseguirlo con il piede o battendo le mani, mantenendo, come si dice in gergo, il "ritmo".

Eccone un esempio in cui, durante l'esecuzione della Marcia di Radetzky, marcia militare a opera di Johann Strauss padre, compositore e direttore d'orchestra austriaco, tutto il pubblico batte le mani a tempo.



La mappa dell'impulso-STEP#23



PAROLE CHIAVE:

martedì 9 giugno 2020

Impulsività

L’impulso, o l’impulsività, rappresenta la voglia irrefrenabile di eseguire un’azione incontrollabile, involontaria, incontenibile.


Si tratta di mettere in atto una risposta repentina in reazione a uno stimolo proveniente dall'ambiente esterno tramite un agito comportamentale. Non sempre è un gesto negativo, infatti, le persone che manifestano un tratto impulsivo sono brillanti, veloci nelle decisioni, adottano comportamenti alternativi, sono dinamici e plastici, scattanti, originali e creativi, sono spontanei e molto spesso intuitivi, si adattano ai cambiamenti e sono flessibili alle situazioni della vita.

Ovviamente esiste il rovescio della medaglia: l’impulsività può causare numerosi inconvenienti non solo relazionali, ma anche personali. La cosa importante è non superare il limite, ovvero quel sottile confine che separa il patologico dal normale. L’impulsività è anche un comportamento funzionale se manifestato al momento giusto, ma se fosse l’unica modalità attuabile in tutte le situazioni quotidiane, allora sarebbe disadattiva.



Agire d’impulso, dunque, significa rispondere malamente senza pensare minimamente alle possibili conseguenze, guidare ad alta velocità in città senza considerare i rischi, lanciare un oggetto senza valutare se fosse dannoso per qualcuno, etc.

SERIE TV:Diario di un'impulsiva-STEP#22

Diario di un'impulsiva

Episodio 1: 
Uno strano incontro
La vita di Sofia era stata così da quando era bambina. Aveva avuto da sempre problemi con le decisioni, arrivando a trovarsi in situazioni difficili e pericolose. Fino a quel giorno, però, era sempre riuscita a cavarsela.
Era il due dicembre e la giornata sembrava più grigia del solito quando aveva salutato la sua famiglia per andare a scuola. Quella mattina era stata più brutta delle altre: sua mamma e suo padre avevano litigato per l'ennesima volta e sua sorella era stata più cattiva del solito. Si sentiva stretta in quel mondo in cui nessuno le voleva bene.
Sofia aveva grandi sogni per il suo futuro: sarebbe voluta diventare una nota pianista e girare per il mondo facendo concerti. Aveva ereditato la passione per la musica da sua nonna, il suo grande punto di riferimento. Ella, da giovane, aveva combattuto contro la leucemia e aveva vinto. Era la donna più forte che conoscesse.
"Attenta al gradino signorina", aveva sentito da un uomo alle sue spalle. Girandosi aveva scorto la sua figura ed era rimasta colpita dal suo volto gentile.
Le lezioni trascorsero velocemente. Non prese l'autobus, aveva bisogno di aria, e mettendo le cuffie alle orecchie si incamminò verso casa.
Fu in quel momento che scorse la stessa figura che l'aveva meravigliata qualche ora prima e si accorse che l'uomo le stava facendo segno di avvicinarsi. Nonostante non lo conoscesse decise di raggiungerlo.
In quel modo Sofia conobbe Luca, uomo d'affari che divenne una presenza costante nella sua vita per i successivi due mesi. Passarono moltissimo tempo insieme, malgrado l'enorme differenza d'età e la ragazza cominciò a sentire nuovamente quell'affetto che non sentiva più da tanto. I suoi genitori non sapevano niente di quell'amicizia, ma non perché la ragazza avesse qualcosa da nascondere, dato che non provava altro se non un forte affetto amichevole, ma perché sapeva che la sua famiglia non avrebbe capito. E così i giorni passarono.

Episodio 2:
La partenza
"Perché non vieni con me? Devo trasferirmi a Parigi per lavoro, tu qui non ci stai bene", erano le parole che non uscivano più dalla sua testa. Luca aveva ragione, lei lì non ci stava bene. I suo genitori stavano per divorziare e sua sorella sfogava tutto il suo dolore su di lei.
Da quando era arrivato quell'uomo misterioso la sua vita aveva preso nuovamente colore eppure c'erano cose che non riusciva del tutto a capire: perché una persona di quarant'anni si era così interessata a una ragazza di diciassette tanto da chiederle di trasferirsi? Non poteva essersi innamorato. Lei stessa aveva più volte messo in chiaro le cose. Eppure continuava a balzarle per la testa di partire, di toccare con mano quella libertà che non aveva mai sentito sulla sua pelle.
Quella sera fu triste. Sofia era immersa nei suoi pensieri quando squillò il telefono. Era la badante di sua nonna che avvertì la famiglia della scomparsa della donna. In quel momento il mondo della ragazza crollò, si frantumò in mille pezzettini mentre la decisione di partire era ormai diventata una certezza.
Sua nonna sapeva bene di quanto Sofia fosse impulsiva, le aveva sempre raccomandato di fare attenzione, di pensare attentamente prima di prendere una decisione importante avvertendola del fatto che a certe cose in seguito non si può più rimediare. La ragazza, purtroppo, non aveva mai compreso il senso delle sue parole e quella partenza così affrettata ne era la prova.
Abbandonò casa sua qualche giorno dopo durante la notte, recandosi presso l'appartamento di Luca dopo aver scritto una lettera di saluto che lasciò sul tavolo della cucina.
Una volta arrivati a Parigi, però, la persona che credeva di conoscere, l'uomo che l'aveva salvata da quella brutta piega che aveva preso la sua esistenza si rivelò il peggiore dei nemici.

Episodio 3:
Un nuovo incubo
Lo sguardo di Luca era cambiato, aveva gli occhi che brillavano di una luce strana, oscura. Le sembrava impossibile che una persona potesse cambiare così rapidamente eppure nei giorni a seguire la vita di Sofia divenne un vero inferno. Non le era permesso di uscire di casa per nessun motivo al mondo, le era stato sequestrato qualsiasi dispositivo con cui potesse avere contatti con altre persone e non poteva gridare in cerca di aiuto perché l'appartamento era stato perfettamente insonorizzato prima del loro arrivo.
Non c'era notte che la ragazza non trascorresse piangendo, conscia di aver commesso uno sbaglio enorme e sperando con tutta sé stessa che la sua famiglia la stesse cercando. In effetti era quello che stava accadendo: i suoi genitori all'indomani della fuga della loro figlia avevano contattato le autorità ma, purtroppo, le ricerche erano diventate estremamente difficili da portare avanti, a causa della mancanza di tracce lasciate da Sofia.
Passarono ben due anni da quando la ragazza era stata rapita e arrivò il giorno del suo diciottesimo compleanno.
Quella sera, però, l'uomo fece un passo falso: lasciò per sbaglio il suo cellulare sul tavolo e andò a farsi la doccia. La ragazza cogliendo l'occasione al balzo chiamò la polizia. Purtroppo, appena compreso l'errore Luca tornò indietro trovando Sofia a telefono. Fu in quel momento che preso da un raptus spinse la ragazza con tutta la sua forza da lui posseduta causandole una ferita.
Pensando al peggio Sofia immaginò sua nonna scusandosi per lo sbaglio commesso.
Qualche minuto dopo, però, la porta dell'appartamento venne sfondata dagli uomini della polizia che bloccarono Luca e salvarono la ragazza.
La giovane donna poté ricongiungersi alla sua famiglia, cominciò ad apprezzare le piccole cose su cui non si era mai soffermata più di tanto e soprattutto capì quanto fosse importante pensare e ragionare attentamente prima di prendere decisioni così importanti trasformando l'impulsività, che tutti consideravano un difetto, in un pregio.

lunedì 1 giugno 2020

L'etica e l'impulso-STEP#21

Molti filosofi, nel corso dei secoli, hanno toccato il tema dell'impulso in ambito etico e, conseguentemente, molte sono state le visioni e le analisi intorno a tale tema. Ho deciso di mostrarne due discordanti, in modo da illustrare quanto possa essere vasta la riflessione sviluppatasi sul concetto di impulso e sul suo significato.

Copia romana in Palazzo Altemps del busto
 di Aristotele di Lisippo

Ad Aristotele,  considerato con Platone, suo maestro, e Socrate uno dei padri del pensiero filosofico occidentale, è attribuito il primo trattato sull'etica come argomento filosofico: l'Etica Nicomachea. Si tratta di una raccolta di appunti non destinata alla pubblicazione. 
Nel corso della trattazione il filosofo si sofferma su una distinzione delle virtù: virtù dianoetiche e virtù etiche.
Le prime sono riferite alla ragione discorsiva e conoscitiva, (διάνοια, diànoia, "pensiero, intenzione"), mentre le seconde riguardano perlopiù l'attività pratica (da ἔθος [o ἦθος], ethos "carattere", "comportamento", "costume", "consuetudine").
Le virtù dianoetiche sono costituite dalla sapienza e dalla saggezza e, dal momento che elevano l'essere umano al di sopra di tutti gli altri animali, rappresentano le facoltà a cui ciascun uomo deve tendere.

"Non è possibile essere virtuosi senza la saggezza, né essere saggi senza la virtù etica"
Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 13

Il Partenone ad Atene
Le virtù etiche, seconde a quelle dianoetiche, rappresentano quelle abitudini di comportamento volte a dominare gli impulsi. E' qui che l'impulso entra nella etica Aristotelica: i desideri, gli istinti devono essere dominati dalla ragione attraverso tali virtù in modo da spingere l'uomo verso la saggezza e la sapienza. 
Per il filosofo, dunque, non è possibile elevarsi dal mondo animale se non si dominano gli impulsi, i quali ci vincolano in una dimensione puramente terrena. 
Il punto di vista aristotelico circa gli impulsi è quindi negativo, e sarà ripreso da molti filosofi nei secoli a venire, in particolare dai filosofi della cristianità (tra questi Sant'Agostino, già citato in uno scorso post).
Il dominio degli istinti e della passioni consiste perlopiù nella teoria del giusto mezzo:

"La virtù è una disposizione abitudinaria riguardante la scelta, e consiste in una medietà in relazione a noi, determinata secondo un criterio, e precisamente il criterio in base al quale la determinerebbe l'uomo saggio. Medietà tra due vizi, quello per eccesso e quello per difetto"

Aristotele, Etica Nicomachea, II, 6

Raffaello, Scuola di Atene, 1509-1511, Musei Vaticani
Gli impulsi devono quindi essere eliminati allenando la ragione nel mediare tra due atteggiamenti contrapposti in modo da non sfociare nell'eccesso né nella scarsezza. Aristotele ritiene possibile, inoltre, persuadere la parte irrazionale dell’anima, quella cui fanno capo impulsi e desideri, a obbedire alla ragione tramite rimproveri ed esortazioni. Sul piano etico tale persuasione è affidata alla parte razionale dell’anima, il cui fine è il bene migliore.

Johann Gottlieb Fichte
In contrapposizione alla visione etica di Aristotele troviamo in Fichte, filosofo tedesco di metà Settecento circa, un pensiero completamente diverso.
L'etica stessa è per il filosofo dovuta alla presenza in ogni uomo di un impulso che lo spinge ad agire e che rappresenta una sorta di obbligazione incondizionata.
La natura umana è, infatti, caratterizzata dalla compresenza di un impulso naturale, insieme di inclinazioni, desideri e tendenze sensibili che mantiene l'essere razionale in rapporto con il resto del mondo, e l'impulso puro che mira all'assoluta indipendenza e autodeterminazione. 

"L'impulso naturale si rivolge a qualcosa di materiale solo in vista della materia; al godimento per il godimento; l'impulso puro si rivolge invece all'assoluta indipendenza dell'agente come tale [...]: alla libertà per la libertà..."
Fichte, Il sistema della dottrina morale

Moonrise Over the Sea, Caspar David Friedrich, 550x710 mm
Colore ad olio
Nonostante essi siano diversi tra loro, sono complementari, poiché è dalla loro unione che nasce l'impulso morale, che spinge verso il principio della moralità. La mediazione (per rifarci un po' alla trattazione aristotelica del giusto mezzo appena vista) tra la spinta dell'impulso puro e quella dell'impulso naturale porta l'uomo ad agire in concreto nella società, tendendo a una completa autonomia che, seppur essendo qualcosa di irraggiungibile, è ciò a cui tutti gli esseri razionali finiti aspirano.
E' evidente, dunque, che Fichte si discosta dal pensiero aristotelico in quanto evita la condanna dei desideri e degli istinti, ma anzi, li rende parte integrante di quell'impulso morale che caratterizza gli uomini e che permette loro di vivere in società e di agire coerentemente alla propria natura.


mercoledì 27 maggio 2020

Ampliare le nostre percezioni

Autoritratto, ca 1847
Jean-Ignace-Isidore Gérard, noto soprattutto con lo pseudonimo di Grandville, fu illustratore, designer e caricaturista francese del XIX secolo.
Essendosi sin da subito proiettato verso il futuro (non a caso diventerà un punto di riferimento per i surrealisti di circa un secolo dopo), verrà solo in parte compreso dalla gente del suo tempo, attirandosi aspre critiche anche da parte di personalità degne di nota. Charles Boudelaire stesso dirà: "Ci sono persone superficiali che considerano Grandville divertente, ma per quanto mi riguarda, mi spaventa. Quando osservo il lavoro di Grandville, provo un certo disagio, come in un appartamento dove il disordine è organizzato sistematicamente."



A Conjugal Eclipse,
da Another World, 1844
All'interno di "Autre monde" lavoro datato 1844, oltre a minare i nostri preconcetti, ci spinge ad ampliare le nostre percezioni dando un impulso fortissimo a quel modo di vedere la realtà che sarà tipico del Novecento.
Nel rappresentare il fenomeno dell'eclissi immagina il sole e la luna come due amanti che si abbracciano. Il pubblico, però, non è più costituito da estimatori della poesia dell'evento, ma piuttosto da strumenti scientifici che cercano esclusivamente di misurarlo e quantificarlo. 
In questo modo l'artista ci spinge verso un altro mondo della coscienza, andando a scavare e a mettere  in discussione quelle che sono sempre state le nostre idee precostituite.

Poesia come impulso dell'anima-STEP#20

"E infatti il poema epico è contro la natura della poesia. 
1° Domanda un piano concepito e ordinato con tutta freddezza
 2° Che può aver a fare colla poesia un lavoro che domanda più e più anni d'esecuzione? La poesia sta essenzialmente in un impeto. È anche contro natura assolutamente impossibile che l'immaginazione, la vena, gli spiriti poetici, durino, bastino, non vengano meno in sì lungo lavoro sopra un medesimo argomento. È famosa, non meno che manifesta, la stanchezza e lo sforzo di Virgilio negli ultimi 6. libri dell'Eneide scritti veramente per proposito, e non per impulso dell'animo, né con voglia."

29 agosto 1828

A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820 circa, olio su tela,
Recanati, Palazzo Leopardi
"Un immenso scartafaccio" per citare lo stesso Giacomo Leopardi, lo Zibaldone, da cui sono tratte le righe da me inserite,  rappresenta una sorta di diario all'interno del quale nel corso degli anni, a partire dall'estate 1817 , il filosofo annota una serie di appunti, di riflessioni e di pensieri.
Si tratta di una vera e propria autobiografia personale, che verrà compresa completamente forse solo qualche decennio fa, portando alla luce un nuovo Leopardi e con lui un'analisi moderna e innovativa del suo pensiero. L'opera stessa diventa il luogo di un'elaborazione intellettuale incessante che ritroviamo nei lavori che via via videro la pubblicazione nel corso degli anni. 

Copertina della prima edizione
(vol. VI, 1900)
Lo Zibaldone era inizialmente il luogo di riflessione centrato prevalentemente sull'attività di poeta nel quale Leopardi annotava idee o spunti. A tal proposito degno di nota è un pensiero datato 29 agosto 1828 in cui riscontriamo il concetto di poesia come impulso dell'anima.
Approfittando di un'analisi dei poemi epici, infatti, Leopardi osserva quanto la poesia possa essere assimilata a un impeto. Non a caso rivede nella lirica il "solo primitivo e solo vero genere di poesia" poiché collegata a una miriade di sentimenti che l'uomo, e il poeta, prova e desidera esprimere. 
E' naturale il domandarsi su come un'opera, quale il poema epico, che richiede anni e anni di esecuzione e, di conseguenza, anni e anni di riflessione, possa essere considerata opera poetica.

Il filosofo, però, riesce a trovare immediatamente un controesempio, in quanto scrive "Il Furioso è una successione di argomenti diversi, e quasi di diverse poesie; non è fatto sopra un piano concepito e coordinato in principio; il poeta si sentiva libero di terminare quando voleva; continuava di spontanea volontà, e con una elezione, un impulso." 
In questo modo riconosce all'Ariosto la capacità di rendere opera poetica un poema cavalleresco composto da 46 canti. Tale capacità è dovuta all'aver trattato storie diverse legate a impeti e passioni piuttosto che a fatti e avvenimenti.
L'invettiva di Leopardi verrà rivolta anche nei confronti della drammatica, la quale è "cosa prosaica" dal momento che presenta versi "di forma, non di essenza".

La biblioteca di Palazzo Leopardi a Recanati
In definitiva si tratta di una riflessione di straordinaria acutezza e modernità che arriva a formulare la teoria non scontata che la poesia sia puramente impulso dell'anima, come espressione di passioni e di sentimenti personali da condividere con il resto dell'umanità.










martedì 26 maggio 2020

La casa di Salomone e la conoscenza dei secreti impulsi delle cose-STEP#19

La nuova Atlantide è un romanzo utopico, rimasto incompiuto, che fu scritto da Francesco Bacone, filosofo, politico, giurista e saggista inglese, nel 1624.

Francesco Bacone
Si narra la storia di 51 viaggiatori che, salpati dal Perù, naufragano nell'isola di Bensalem. Qui conoscono le abitudini e la cultura degli abitanti del luogo, i bensalemiti, che appaiono costituire una comunità all'avanguardia soprattutto a livello tecnico.
Frontespizio di un'edizione postuma
della Nuova Atlantide
Degna di nota è la parte che Bacone dedica alla descrizione di un'istituzione bensalemita: la Casa di Salomone o Collegio delle Opere dei Sei Giorni. La funzione di tale istituzione è resa molto chiara dallo stesso autore, il quale scrive: "mediante la conoscenza delle cause e dei secreti moti ed impulsi delle cose, le frontiere dell'impero umano si allargheranno".
Nel corso della descrizione Bacone passa in rassegna tutti quelli che sono gli aspetti su cui essa si basa: norme ben precise legate al concetto di scientia est potentia, (conoscere è potere), esperimenti relativi al prolungare la vita umana, studio di fenomeni atmosferici, allevamenti di pesci ed esperimenti acquatici,  sperimentazioni su piante per migliorare l'agricoltura e produrre nuove medicine, impulso alle arti meccaniche e a più sperimentazioni in ambito tecnico, la casa della matematica. Quelle che ho appena esposto sono solo alcune delle parti di questa grandiosa istituzione.
Il filosofo ha ben compreso quanto sia importante conoscere e quanto la conoscenza possa rendere potenti gli uomini.


Ma su cosa si basa il prototipo di conoscenza avanzato da Bacone all'interno della Casa di Salomone?
Illustrazione New Atlantis
Come ho già anticipato nel parlare della funzione dell'istituzione, lo stesso filosofo scrive che essa si basa su una conoscenza approfondita delle cause e degli impulsi delle cose. L'interrogarsi su tali aspetti, infatti, porta l'uomo verso la realizzazione di qualsiasi obiettivo. Gli stessi profeti in questa nuova società sono gli scienziati.
E' una visione fortemente innovativa quella di Bacone, il quale, durante il corso della propria vita, si era reso conto di quanto fosse importante andare a fondo nel significato delle cose, di quanto fosse indispensabile domandarsi su quali siano gli impulsi che tutto muovono, contrariamente al vivere passivamente la propria vita. Soltanto in questo modo si può diventare realmente potenti e allargare l'orizzonte umano verso una nuova società. Attraverso l'utopia della Casa di Salomone riesce pienamente a trasmettere un messaggio di fiducia e speranza nei confronti della tecnica e della scienza in generale, facendosi precursore della futura Rivoluzione Scientifica.




Bibliografia: Francis Bacon, La Nuova Atlantide, BUR Rizzoli Editore

Guardare al futuro

  Symbolum CI., Futurum indicat (c. 3O3r : p. 713 ; mm 152 x 124)

"FUTURUM INDICAT", rivela il futuro

La conoscenza del futuro ha intrigato l'uomo sin dalle origini, dando un forte impulso verso quelle discipline che oggi sono conosciute come divinazione e futurologia.

Saavedra Fajardo, diplomatico spagnolo, realizzò nel 1649 Idea principis christiano-politici, centum symbolis. Tra questi, nel Symbolum CI  (simbolo 101) ritroviamo l'impulso del futuro, da sempre tema centrale in ogni ambito culturale.

Link:http://www.fondiantichi.unimo.it/FA/emblem01/saav101.html

lunedì 25 maggio 2020

Impulsi irrazionali e razionalità tecnica-STEP#18

"Ma contrariamente a quanto pensava Weber, analogo declino attende, secondo Severino, anche l'ideologia capitalista perché, se è vero, come scrive Weber, che:"il capitalismo può essere identificato con il temperamento o perlomeno con il controllo razionale di quegli impulsi irrazionali che sono l'istinto del 'profitto' e la 'sete di guadagno' anzi del massimo guadagno monetario possibile", il capitalismo ha solo moderato, non eliminato quell'impulso che, essendo "irrazionale" non può evitare di entrare il conflitto con la razionalità tecnica.
Umberto Galimberti
Finché la tecnica era abbastanza grande e pochi erano gli operatori animati da quell'impulso irrazionale, ma soprattutto modesti erano i mezzi tecnici in grado di distruggere la terra per soddisfare quell'impulso, poteva bastare la "disciplina" capitalistica, ma ora che la terra s'è fatta piccola, numerosi gli operatori e giganteschi i mezzi tecnici, il capitalismo si trova nella contraddizione di poter realizzare i propri scopi solo attraverso una progressiva distruzione della terra."
U. Galimberti, Psiche e Techne

Umberto Galimberti, filosofo, giornalista, psicanalista, sociologo e accademico, scrive nel 1999 Psiche e Techne, L'uomo nell'età della tecnica
Ho estrapolato una parte che, a mio parere, rende chiaro l'atteggiamento dell'uomo nei confronti della tecnica al giorno d'oggi. Il taglio di Galimberti è ben evidente: nelle poche righe da me riportate ritroviamo già una serie di rimandi ad altri autori, in accordo con il suo modo originale dalla forte tendenza all'interdisciplinarietà.  
Il concetto da cui parte il filosofo è in questo caso l'impulso irrazionale verso il profitto e la sete di guadagno.
Tale istinto rivolto, addirittura,  al "massimo guadagno monetario possibile" è stato in parte frenato dallo stesso capitalismo, seppure abbia continuato a persistere nella natura stessa dell'uomo.
Al contrario della tecnica antica, che riusciva a rientrare entro certi limiti, la tecnica contemporanea sembra aver trovato nella violazione stessa della natura il suo punto forte, andando a emancipare sempre di più l'uomo nella sua condizione di superiorità dal mondo animale.


Tale tecnica, dunque, appare perfetta per l'impulso irrazionale dell'uomo, che ritrova nello sfruttamento della terra e nell'applicazione di strumenti sempre più accurati e inquietanti la massima espressione del suo istinto primordiale.  Da sempre ne è stata l'essenza: gli ha permesso di estendere il suo dominio su tutta la terra; senza di essa non sarebbe sopravvissuto. Eppure ad oggi la tecnica, da sempre usata per dominare il mondo, diventa l'ambiente dell'uomo, subordinando le esigenze del genere umano a quelle di essa stessa.
Non a caso lo stesso Bacone aveva proclamato, secoli prima, "Scientia est potentia".
A questo punto l'irrazionalità dell'impulso rivolto al guadagno entra in conflitto con il mondo della tecnica ma, se a occhi esterni e in parte superficiali appare ancora una certa dualità, agli occhi del filosofo è rimasto un unico soggetto, l'apparato tecnico, che ha reso suoi predicati tutti i singoli soggetti.

Bibliografia: Umberto Galimberti, Psiche e Techne, L'uomo nell'età della tecnica, Feltrinelli editore

domenica 24 maggio 2020

Il Daimon come impulso creativo, Carl Gustav Jung

"Non sarà il
dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone […]. La
Mosè (o il nucleo solare), Frida Kahlo, 1945
virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa”

Platone, Il mito di Er


Il termine daimon (Δαίμων), oggi tradotto comunemente demone, non va confuso con l’idea di essere demoniaco che si ha dall’avvento del cristianesimo. Di etimologia incerta, il termine è forse legato al verbo "daiomai", che significa “spartire”, “distribuire”, che vorrebbe intendere che il demone è colui che “distribuisce, o assegna, il destino”.
Il concetto di "daimon" deve il suo successo a un'opera di Platone, il mito di Er, nella quale il filosofo descrive i tratti salienti del concetto che sarà poi centrale nella filosofia occidentale. La citazione che ho inserito a inizio post riassume in maniera chiara il significato che il filosofo dà al demone: un compagno dell'anima umana che ha lo scopo di ricordarle il suo destino e di far sì che venga realizzato.
C.G Jung

Molti secoli dopo saranno Carl Gustav Jung e J. Hillman a occuparsene, rendendolo uno dei cardini della psicanalisi. Seguendo il punto di vista del primo filosofo, il daimon è un'entità autonoma che risiede nell'inconscio, inspiegabile all'uomo. Il suo scopo diventa quello di stimolare l'anima che sta assistendo, in modo da spingerla verso aree inesplorate e nell'uso continuo dei talenti e delle abilità che ha a disposizione.
Esso è fuori ogni cosa che concerne la società, la famiglia, le regole da seguire nel rapportarsi agli altri. Il daimon è soltanto un archetipo dell'inconscio e, a tal proposito, Jung lo definirà un impulso creativo.
Il modo per sfruttare al meglio questo compagno di vita, secondo il filosofo, è quello di accedere a questo archetipo, dialogare con lui e cercare quel giusto equilibrio tra la vita in società e la sua espressione.
J.Hillman

Hillman, nel "Il Codice", condividendo il punto di vista di Jung, suo maestro, scriverà:
Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è
unico e tipico nostro
. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo
tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon
che ricorda il contenuto della nostra immagine
, gli elementi del
disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro
destino
”.
Notiamo, inoltre, un forte rimando al pensare per immagini che il filosofo definisce "fare anima" .


La memoria come attività immaginativa

Massimo Cacciari, filosofo, politico, accademico e opinionista italiano, ha trattato un argomento fortemente impegnativo e complesso partendo dall'esperienza di quello che fu un grande storico e critico dell'arte tedesco, Aby Warburg.
Aby Warburg
Nel corso della sua vita quest'ultimo si era occupato da sempre della memoria, interrogandosi soprattutto sui meccanismi che portavano a una riproducibilità di temi e concetti.
Essendo uno storico dell'arte aveva posto l'attenzione su "Le dejeneur sur l'herbe", di Manet, e andando a ritroso, anche grazie alla sua forte passione per i particolari, aveva riscontrato la stessa disposizione dei personaggi in una serie di opere di anni addietro. Tale circostanza lo affascinava non poco, poiché rivelava un'inconsapevolezza del ricordo, quasi una memoria inconscia.
Cacciari, dunque, rifletterà a partire dagli studi di Warburg, sul concetto di ricordo e di memoria, osservando come la visione di memoria riproduttiva (relativa a una riproducibilità fine a sé stessa) sia sbagliata. Al contrario, per il filosofo, si deve parlare di memoria come attività immaginativa, come un qualcosa che inventa immagini sulla base di precisi stimoli e impulsi creativi.
Massimo Cacciari
E' da questo che inserisce anche una riflessione sulla filologia: la parola filologia presenta la stessa struttura linguistica della parola filosofia ("amore per la sapienza"). Filologia rappresenta, quindi, l'amore per il verbo ("logos"), non una semplice mania fotografica e riproduttiva ma sentirsi chiamati da una parola e considerare questa chiamata come un vero e proprio atto d'amore. La relazione tra le due discipline è quindi fortissima, non a caso, Warburg, come dirà lo stesso Cacciari, si definì "filologo nato in Platonia".
Il filologo, infine, si rivolge alla memoria che lo richiama verso una dimensione trascorsa attraverso impulsi creativi e non a un passato morto e ormai lontano.
Si tratta di una visione molto interessante che continua il filo logico che Aby Warburg aveva intrapreso anni prima, forse compreso solo in parte.





Link:https://www.youtube.com/watch?v=y1THsvvv-NM

Sintesi finale-STEP#24

Impulso . Una sola parola, tanti significati. Non avevo mai avuto modo di pensare a quante e quali fossero le riflessioni e i concetti into...